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Amnesty International, a colloquio con Nessa Gibbardo di Angri
La rubrica di Andrea Recussi

Pubblicato da: Andrea Recussi il 30 marzo 2008

Io voglio innanzitutto ringraziare tutti i nostri lettori che ci seguono sempre con tanto affetto e ci scrivono in tantissimi al nostro indirizzo ilsismografo@angri.info. Continuate a scriverci e a segnalarci tutto quello che ritenete giusto e opportuno “sottolineare” e ricordatevi che lo spazio del Sismografo è il vostro spazio ed è proprio grazie a questa nostra formula, viste le numerose segnalazioni, per la nostra terza uscita abbiamo deciso di parlare degli amici di Amnesty International dell’agro ed in particolare con la loro responsabile Nessa Gibbardo di Angri.

Andrea Recussi
Nessa quando e come sei diventata membro e attivista di Amnesty International?

E’ successo quasi per caso: circa cinque anni fa, alcuni ragazzi che erano già entrati in contatto con l’associazione stavano tentando di costituire un gruppo ad Angri, e io sono andata alla prima riunione.
Poi mi sono appassionata …

Che cosa è Amnesty International? Cosa fa Amnesty International?

Amnesty International è un’associazione che lavora per far sì che i diritti umani siano rispettati per tutti, e ovunque. Una missione del genere è estremamente ampia, e si corre spesso il rischio di “parlarne in generale”, oppure di trattare il tema come qualcosa di distante da noi: di conseguenza, la prima reazione di una persona che si avvicina ad un’associazione come questa è spesso quella del “no, non riusciremo mai a fare abbastanza”. Da un lato si viene a conoscenza di una serie di violazioni gravissime dei Diritti Umani, che spesso avvengono in posti che non si sono mai neppure sentiti al telegiornale; dall’altro ci si ritrova con uno strumento di azione come “la petizione”, la raccolta di firme, che è molto sottovalutato, e che dà la nota sensazione di voler spegnere un incendio enorme con un bicchiere d’acqua. Col passare del tempo, però, ci si sente inevitabilmente parte di una rete molto grande di “difensori dei diritti umani”, e si percepisce quanto è necessario che ognuno di noi lavori per far circolare le informazioni, e per far capire agli altri che anche piccoli gesti quotidiani possono fare la differenza. Campagne come “Mai più violenza sulle donne”, o “Stop alla pena di morte” sono lunghe, impegnative e non porteranno (non in tempi brevi) alla “risoluzione” delle questioni che affrontano: nascono però nell’ottica di migliorare una condizione ingiusta, lavorando su singoli casi, facendo pressione su governi responsabili di certe violazioni, e diffondendo nell’opinione pubblica la consapevolezza che per raggiungere risultati che riguardino tutti noi, è quasi sempre necessario che siamo tutti noi a muoverci.

Ma ci sono dei risultati pratici e concreti che si riescono ad ottenere con questo tipo di campagne?

Si, diversi. E non tutti sono così lontani come si potrebbe pensare. Tanto per fare un esempio, il 15 Gennaio scorso, in Iran, dopo un’Azione Urgente emessa da Amnesty International in loro favore, Milad Moini e Younes Mir Hosseini sono stati rilasciati dalle autorità. Erano stati arrestati il 7 Dicembre scorso mentre prendevano parte a una manifestazione indetta in occasione della Giornata nazionale degli studenti universitari. Altre volte, uno stato abolisce la pena di morte dal suo ordinamento giuridico, un altro istituisce il reato di tortura nel suo codice penale…tutte le “Buone Notizie” sono comunque raccolte sul sito internet di Amnesty International.


C’è qualche campagna in atto in questo momento di cui ci vuoi parlare ?

Ne abbiamo diverse attive, in realtà, ma la cronaca di questi giorni mi fa pensare alla campagna “Chiudere Guntanamo ora”. L’11 gennaio scorso è stato il sesto anniversario dell'apertura di Guantanamo, uno dei centri di detenzione più tristemente famosi del mondo, diventato il simbolo delle violazioni dei diritti umani nel contesto della "guerra al terrore". L'impegno di Amnesty International, negli ultimi cinque anni, ha ottenuto risultati importanti: circa 500 prigionieri sono stati rilasciati, alcuni dei principali organismi internazionali hanno preso una posizione, e così anche leader politici (tra cui oltre 1200 parlamentari di ogni parte del mondo) e di molti governi si sono espressi per la chiusura del centro di detenzione. In ogni caso, la nostra azione continuerà fino a quando Guantánamo non verrà chiuso, fino a quando i suoi detenuti non verranno sottoposti a un processo regolare oppure rilasciati (Il sito della campagna è http://www.chiudereguantanamo.it/).



Come si potuti arrivare a fare un salto indietro di quasi 60 anni in nome della guerra al terrorismo e della nostra sicurezza?
Nel contesto della “guerra al terrore”, alcuni Stati hanno cercato e cercano tuttora di giustificare comportamenti che fino a qualche tempo fa avrebbero indubbiamente indotto un’opposizione molto forte nell’opinione pubblica. Il senso di insicurezza dei cittadini in seguito ad alcuni drammatici eventi, amplificato dai media, ha però fatto da apripista a questo genere di comportamenti degli organismi statali. Tanto per far esempio, sono aumentate molto estradizioni e altri tipi di trasferimenti di persone, molto spesso illegali, verso paesi nei quali è noto il ricorso alla tortura e altri maltrattamenti. Questi Stati sostengono che i governi dei paesi verso i quali avvengono i trasferimenti sono sicuri in quanto forniscono garanzie, le cosiddette rassicurazioni diplomatiche, che queste persone saranno trattate umanamente. I governi che chiedono rassicurazioni diplomatiche sono consapevoli che la persona estradata o trasferita rischia la tortura o altri maltrattamenti e per questo si affidano alle rassicurazioni diplomatiche del paese ricevente. C’è una campagna anche su questo, si chiama “Più diritti, più sicurezza”: Amnesty International si oppone all’utilizzo delle rassicurazioni diplomatiche perché violano il divieto assoluto sancito nel diritto internazionale di allontanare, respingere o estradare qualsiasi persona verso un paese in cui i suoi diritti umani sono a rischio di gravi violazioni: il principio di non-refoulement. Secondo Amnesty le rassicurazioni diplomatiche non sono affidabili. Sono inoltre inattuabili dal punto di vista del diritto internazionale e discriminatorie in quanto tali perché si applicano solo a particolari individui.

A quasi 7 anni dall’11 settembre pensi che qualcosa sia cambiato o la senti sempre forte questa divisione tra 2 mondi e questa folle idea del nemico in una sorta di guerra tra l’occidente (cristiano ) e l’oriente (islamico)?

Penso che le differenze culturali che esistono tra le due parti, per quanto grandi, siano comunque amplificate a dismisura nella nostra percezione. I mass-media hanno una enorme responsabilità in questo senso, e associare l’etichetta di “nemico” a una parte così vasta della popolazione mondiale che è quella islamica (o quella cristiana, dall’altra prospettiva) è una strumentalizzazione politica molto grave. In ogni caso, se immediatamente dopo i fatti dell’11 settembre questa tendenza alla demonizzazione dell’altro era comprensibilmente facile da introdurre nelle menti, vista la paura e il senso di insicurezza senza precedenti che improvvisamente aveva colto il mondo occidentale, adesso credo che le cose stiano lentamente cambiando. Chi comincia a riflettere, ci mette poco a capire che la situazione non è semplicemente “in bianco e nero”, e che molti errori li facciamo in quanto “uomini”, non in quanto “islamici” o “cristiani”. Va da sé che il rispetto dei diritti umani prescinde completamente da queste distinzioni. Bisogna pretendere che un prigioniero non venga sottoposto a tortura sia in un carcere degli USA, sia in una prigione dell’Arabia Saudita, tanto per fare un esempio. Non c’è cultura che possa rendere “ammissibili” le violazioni dei diritti umani.


Qual è la più grande motivazione e soddisfazione che in questi anni ti ha spinto ad essere così attiva in Amnesty International?

Credo che sia la sensazione che ho provato e che prova un attivista quando viene a sapere che finalmente una persona per cui ha raccolto firme (o scritto articoli, o quant’altro) ha recuperato la sua libertà. E’ una cosa particolarmente bella, e senza dubbio è al tempo stesso una soddisfazione e un incoraggiamento fortissimo, il che amplifica la motivazione!

Tu sei una ragazza molto giovane, hai 24 anni. Ma pure lavori con i giovani in Amnesty e ti relazioni nelle tue campagne con i ragazzi del nostro territorio. Che cosa pensi di loro e qual è il tuo rapporto con loro?

Spesso si parla di giovani che non si interessano dei problemi della società e di immobilismo culturale: la mia esperienza, però, è che quando un’associazione comincia a muoversi crea interesse attorno a sé, e le persone si avvicinano spesso senza che neanche ci sia bisogno di chiamarle. Comunicare per che cosa ci si impegna e che strade si possono intraprendere per migliorare le diverse realtà, è il modo (a volte faticoso) per farle restare.

Infine come ultima domanda dicci qual è l’iniziativa che in questi anni ti è stata più a cuore e che ti rende più orgogliosa.

Diverse iniziative mi rendono orgogliosa. Forse però ce n’è una che sta in cima alla lista, perché l’abbiamo organizzata noi del gruppo, e perché ha dato un input fortissimo alle nostre attività: l’incontro-dibattito con Flaviano Bianchini "L'oro che non luccica. Danni all'ambiente e violazioni dei diritti umani in Centroamerica", lo scorso giugno a Nocera Inferiore. Questo ragazzo, attivista ecologista, ha pubblicato alcune sue ricerche sulla qualità dell'acqua nei pressi delle miniere d'oro in Guatemala, Honduras e El Salvador, con cui si mostra come le multinazionali che estraggono oro in Centro America provochino gravi danni ambientali, mettendo in serio pericolo la salute delle popolazioni indigene.
Nel gennaio 2007, Amnesty International è intervenuta in sua difesa con un’azione urgente, dopo che in Guatemala Bianchini aveva ricevuto ripetute intimidazioni per aver reso pubblico un rapporto sull'inquinamento delle acque causato dall'insediamento di una miniera d'oro nel territorio di Sipakapa. Noi lo abbiamo invitato come relatore, ed è stato un momento molto bello: una persona per cui avevamo fatto banchetti e raccolto firme era lì, sana e salva, a parlare con le persone del tuo paese della situazione che aveva vissuto, e di quello che si poteva fare per migliorare le cose.




Parole chiave: Angri , Andrea Recussi , Amnesty International , il Sismografo , Nessa Gibbardo




COMMENTI DEGLI UTENTI ALLA NOTIZIA

Postato da: Kj.Architect il 03-04-2008
Il sito del Gruppo 261_Angri di Amnesty
Salve a tutti,
maggiori informazioni sulle attività del gruppo 261_Angri di Amnesty International le potete trovare all'indirizzo: www.amnestyagro.spaces.live.com
Lasciate pure i vostri commenti e suggerimenti!
Grazie Nessa per l'impegno e la passione profusa per questo gruppo!
Katja Aversano, Responsabile Comunicazione del Gr261_Angri







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