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I giovani di Angri lontani dalla propria città, “una riflessione da condividere”
Pubblichiamo una bella lettera pervenuta in redazione che apre il tema del rapporto Sud/Nord e la fuga dei cervelli dalle nostre terre

Pubblicato da: La Redazione il 09 novembre 2008

una veduta del Lago Maggiore
Egregio Direttore,
Le invio di seguito una “Riflessione” che mio fratello, migrante come me e tanti altri campani al Nord, ha inviato alla giornalista Marina Terragni ,autrice della rubrica Maschile/Femminile del supplemento “Io Donna” del Corriere della Sera.

La lettera è stata pubblicata(parzialmente ) sul numero di sabato 25 ottobre 2008 su Io Donna.

La esorto a leggerla attentamente e pubblicarla sul sito nella versione integrale che le invio.
Credo possa essere utile a tutta la nostra comunità un momento di seria riflessione e autocritica. Anche così si fa coscienza civica.
La saluto cordialmente
Dott.ssa Gina Granatino
Università degli studi di Milano-Bicocca


UNA RIFLESSIONE DA CONDIVIDERE
Salve Dott.ssa Terragni,
le scrivo in merito al trafiletto da lei redatto nella sua rubrica “ MASCHILE FEMMINILE ” su io donna, intitolato “ QUANDO è IL SUD AD AIUTARE IL NORD “.

Lei parla della bellezza del mondo delle relazioni che esiste giù, e lo annovera tra le bellezze dell’umanità e leva strategica su cui puntare per un nuovo patto sociale / generazionale in questa Italia stanca ma viva.
Sono un ingegnere, Master di II° lvello al MIP di Milano, doppio tentativo di coltivare la mia professionalità nel mio sud Campano, ed ora “ emigrante di concetto” in quel di Verbania, sul lago Maggiore.

Il mondo delle relazioni di cui parla è quello un po’ mitizzato e un po’ vero di chi al sud ci è stato da ospite.
Immagino la sorpresa di entrare in una casa di qualche suo amico del sud, e trovarsi dinanzi, foss’anco nella più umile delle case, ad una tavola imbandita come se fosse appena arrivata una principessa.
La convivialità, il prodigarsi per “ mettersi a disposizione “ ( come diciamo noi ) dell’ospite, le delizie dei luoghi, dei gusti e dei modi donati a piene mani, a cuore aperto e senza risparmio.
Poi la fine del soggiorno, il ritorno al Nord spersonalizzante e la sensazione del luogo perduto e vivo, di cui avere la malinconia nelle giornate di quiete o frenetica indifferenza del Nord.


Da qui parte la mia riflessione.

Quante madri, donne, figlie, mogli, sorelle, mariti, fratelli, figli, amici e amiche, donano il loro tempo e il loro cuore all’ospite poiché il donar transeunte dell’animo al viaggiatore consente di uscire dalla cappa delle tristezze che nessun ospite dovrebbe mai palpare con mano.
Quell’ amore incarnato da manicaretti, gesti amicali, attenzione calda e avvolgente come via di uscita ad una condizione atavica di soffocamento del corpo e dell’anima, come sembran dimostrare le sembianze boteriane delle donne di una certa età, gli occhi intensi del sud, di cui al viaggiatore è concessa solo la luce e mai l’ombra.

Potrei continuare per ore, ma rischierei di tediarla.
Quel mondo di relazioni ci riscalda e ci soffoca. Ci fa crescere appassionati, curiosi, pieni di alibi e passioni, coinvolgenti e incatenati. Certo, tutto questo lo portiamo su. Lo mescoliamo con il Nord.
E ne vengono fuori delle miscele che contemperano passione e giusta distanza, curiosità e rinnovato e riconosciuto senso di libertà.
I vs migliori studenti sono educati dai nostri migliori precari.
Le Vs scuole migliori hanno l’80% del corpo docente che vien dalle nostre parti.
Basterebbe riconoscerci solo questo. È il nostro contributo al patrimonio umano e professionale a questa Italia fatta di tante anime. Continuiamo ad essere legati alla nostra terra, ma sperimentata la miscela, diventiamo stranieri alla nostra terra, come viaggiatori assidui in luoghi natii e lontani.

Una ultima annotazione alla riflessione sul federalismo bancario. Certo, le banche del sud appartengono ormai a istituti del nord e noi, finanziamo le Vs iniziative territoriali. Ma è solo e soltanto perché le Ns banche le abbiam fatte fallire, poiché va bene la relazione, ma in certi ambiti va miscelata con il mercato.
Ed il Nord ha fatto man bassa. Semplice e disarmante.
Come il ns affetto vs l’ospite che si sente a casa, il nostro magone nell’essere i protagonisti della mobilità uni-verso Sud-Nord, il nostro incedere e il nostro gesticolare inconfondibile.
Tutto lì a testimoniare che sappiamo solo esportare il nostro patrimonio, poiché abbiamo coltivato e sviluppato in centinaia di anni un ceppo virulento in grado di trasformare la ns curiosità per la vita, per il dialogar camminando e/o bivaccando, il nostro preservare l’onore di servire l’altro, in qualcosa che diventa remunerativo solo lontano dai ns confini.
A patto di non portarci le catene sino al nord. Ma questo è un altro capitolo.

Come una sorta di pennicilina sociale nei confronti della nostra straordinaria umanità.
Gli altri la sentono, noi la esportiamo e regaliamo, i terreni da noi sono inevitabilmente aridi per farci crescere e sviluppare e rendere il profumo di un ricordo di un viaggiatore, una atmosfera in cui far esprimere e crescere la ns passione e talento.
Perdoni la prolissità. Grazie per l‘attenzione dedicatami.
Un abbraccio .
Ing. Antonio Granatino - Angri ( Sa )


Il commento del direttore Amedeo Santaniello

Ringrazio innanzitutto la dott.ssa Gina Granatino ( e suo fratello l’ing. Antonio ) per aver iniziato su queste colonne una riflessione su di un argomento (l’emigrazione dei nostri giovani) che sento particolarmente per due motivi.

Il primo riguarda le terre menzionate nella lettera. Si parla di Verbania sul Lago Maggiore, terra bellissima assieme ad Arona, Stresa ed io aggiungo Castelletto Ticino, a pochi chilometri , dove ho vissuto per circa quattro anni all’inizio della mia attività professionale, circa trentaquattro anni fa.. E poi Leggiuno, Angera, sull’altra sponda del lago Maggiore dove mia moglie insegnava da supplente. Ricordi bellissimi che ogni tanto vengono alla mente. Erano sicuramente tempi diversi (non c’era ancora Bossi) e quindi della mia permanenza in terra “straniera”, nonostante le difficoltà oggettive, non posso che serbare un bel ricordo, per i rapporti personali e professionali che si crearono. Tutt’ora, a distanza di tanti anni, ci sentiamo per telefono ( e ogni tanto ci vediamo) con alcuni amici di allora, settentrionali doc.

L’altro motivo che mi spinge ad accogliere l’invito alla riflessione sull’argomento è il fatto di ritrovarmi oggi di nuovo a vivere le stesse emozioni e sensazioni dei giovani Granatino, le stesse esperienze. Non più direttamente ma attraverso i miei figli. Giovani che , come i fratelli Granatino, dopo lauree, dottorati di ricerca e master, preferiscono “non portare le catene” non solo al Nord ma neanche in queste nostre terre dove i titoli, il merito e le capacità erano e sono un optional, a discrezione dei potenti di turno.

Al Sud, da noi, per farsi strada, occorreva prima, ed occorre tutt’ora, essere acquiescenti, accondiscendenti, servili. Si viene scelti non per il curriculum o perché si viene valutati in rapporto alle capacità , ma per chiamata “divina” da chi, manco a dirlo, una volta eletto dovrebbe rappresentare tutti e non solo la propria parte. E così le menti più brillanti, le forze più produttive si ritrovano, oggi come allora, ad essere costrette a lasciare la propria terra e a rimpiangerla continuamente.

Fino a quando durerà? Dipende solo da Voi giovani. La mia generazione (e qui faccio autocritica) ha fatto molti errori tra cui, soprattutto, l’aver accettato (e non combattuto) un sistema familistico e clientelare che è diventato, col passare dei decenni, un comportamento normale, per il quale oggi nessuno più si scandalizza. Oggi tocca a Voi fare le vostre scelte, speriamo siano diverse dalle nostre.




Parole chiave: Castelletto Ticino , Angri , giovani , Gina Granatino , Antonio Granatino , Verbania , Arona , sud , nord , emigrazione




COMMENTI DEGLI UTENTI ALLA NOTIZIA

Postato da: sonniboi il 10-11-2008
SE....
La poesia dei luoghi ricordati ed anche la testimonianza dell’ingegnere, rendono un po’ eterea la filosofia di vita del meridionale “costretto” ad emigrare ed a donare il proprio contributo intellettuale e sociale all’altra Italia.
Concordo purtroppo con il Direttore, sulla incapacità della generazione dei “sessantottini” in particolare del sud, di dare slancio economico e culturale alla nostra terra.
Questo fenomeno però, è quasi completamente “scontato” come si dice in termini borsistici, poiché la nuova generazione dei nati negli anni 60 e 70, inizia ad essere in molti posti di comando dell’economia e della politica.
Io, pur non pensando che il singolo si possa immolare in nome di una collettività marcia che fagocita ogni cosa, ritengo però, che noi meridionali abbiamo perso l’abitudine a soffrire, per questo motivo o rimaniamo dalle nostre parti cercando sempre la “scorciatoia” ad ogni problema, o per non soffrire, doniamo il nostro capitale intellettuale a chi velocemente lo riconosce e lo valorizza.
Non potendo chiaramente biasimare i secondi, dico che oggi è veramente eroico, per chi non cerca la “scorciatoia”,restare al sud.
Se però combattendo ogni giorno per i propri diritti, ma rispettando il prossimo e le regole, svolgendo nelle proprie attività un ruolo ove possibile anche sociale, contrastando in maniera mai violenta i soprusi, dando in prima persona un esempio virtuoso e cercando di vedere la propria terra non come una “vacca da mungere”, ma come un dono da preservare e migliorare….
solo e soltanto allora potremo dire:
anche tu meridionale sarai “UOMO” fratello mio!
E forse potremo riprendere ad amare le nostre terre, senza doverle rimpiangere e vederle da lontano, con la sofferenza di chi ha dovuto quasi recidere le proprie radici che iniziavano a marcire, per ripiantarle in terreno più fertile.










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