L’aspra verità della bellezza

E' questo il titolo della mostra che il MAM ( Museo d'Arte Moderna di Gazoldo degli Ippoliti MANTOVA) dedica al maestro di Angri Ernesto Terlizzi.

Ernesto Terlizzi Angri

L’aspra verità della bellezza è il titolo posto dal curatore alla mostra che il Museo d’Arte Moderna MAM di Gazoldo dedica all’artista campano.
La mostra è costituita da 42 opere, tecniche miste su tavola di diverse dimensioni, eseguite nell’ultimo decennio , un arco di tempo in cui il maestro campano conferma tutta la sua capacità nel manipolare magistralmente i diversi materiali fin qui utilizzati, (carte, inchiostro, catrami, legni e pietre) tesi a raccontare sempre più il rapporto uomo/natura. Protagonisti assoluti nella sperimentazione di Terlizzi restano ancora la materia ed il segno che, dopo l’esaltazione densa e cromatica degli anni precedenti ritorna nella sua acromia grafica iniziale, ora più rarefatta ed austera. Si tratta di una ricerca espressiva che grazie ad ambigui riflessi di luci ed ombre è diventata ancor più allusiva e misteriosa nell’affascinante poverismo dal dettato sempre più plastico e minimale.

Nella prefazione al catalogo il critico d'arte Renzo Margonari così scrive:
E’ incerto se le opere di Ernesto Terlizzi possano propriamente definirsi “dipinti” o “sculture”. Non sfuggono pacificamente a ciascuna delle categorie. IN quanto Pittura, essendovi anzi compenetrate, radicate, come nate nel ventre del colore, ma contemporaneamente, l’impiego diretto di mezzi che si evidenziano esibendo la propria fisica materialità –compreso lo scarto e l’objet trouvé- le inscrive altrettanto nell’ambito dell’arte plastica e soprattutto i lavori più recenti. Considerando questi aspetti, è giusto valutare come il linguaggio derivante dall’ormai lunga ricerca estetica fin qui praticata sia un ibrido espressivo bene inserito nell’arco di esperienze post informali, nel cui ambito Terlizzi si distingue per un singolare esprit de finesse nell’elaborazione delle immagini, manipolando magistralmente, con cura puntigliosa ogni sostanza utilizzata. Ne svela l’aspetto morfologico sottolineando, col segno, l’ordine di lettura imposto, verticale od orizzontale, giacché in queste opere difficilmente si denota l’incrocio degli andamenti formali, sebbene vi siano pur sempre linee oblique con funzione dinamica e forme a mezzaluna che sembrano planare per depositarsi, forse, alla base dell’immagine. Queste forme “libere”, intanto, creano ritmi, profondità prospettiche, aerei schemi costruttivi. L’ideazione compositiva riguarda sempre uno spazio configurato come piano verticale che ospita variabili dinamismi grafici. Pur nella loro drasticità, le forme, sembrano talvolta degli indizi, dei suggerimenti che offrono allo sguardo la possibilità di completare l’immagine seguendo la naturalità di uno sviluppo virtuale, facendola maturare secondo la soggettiva capacità d’integrazione del riguardante, come un discorso lasciato in sospeso quando la conclusione del senso è implicita rispetto al già detto.
Terlizzi controlla il colore con attenzione sensibile. Il colore è autoreferenziale. In altre parole, ha il tono della materia da cui è composto che può appartenere morfologicamente a varie nature. Così –se vogliamo- può essere anche evocativo: un tramonto rosso, un lontano mare blu, i resti di un incendio nero carbone o il nero dell’asfalto che si discioglie in ocra bituminosa. C’è l’accento acuto, di tanto in tanto, lancinante, di un colore fluorescente che non partecipa alla gamma della visione naturale. Il colore, però, è solo uno strato delle varie materie utilizzate come tinta: ad esempio, stracci di iuta largamente tessuta, cortecce, lamine di legno, stoffe consunte, soprattutto lacerti di carta spesso recuperata dalle affissioni ai quali l’artista lascia la consistenza del tono originario strapazzato dalle intemperie o dall’uso, carte goffrate e preziose lacerate, merletti. Sui rilievi prodotti dalla sovrapposizione di queste materie, dove il punto di fuga per lo sguardo è fissato, talvolta, dall’inserimento di una pietra, un sasso, domina pur sempre il segno, segno-materia, accanto allo scorrere sicuro di pennellate asciutte che depositano strati neri bituminosi o bianchi calcinosi. Fino alle ultime opere determinate sul versante plastico piuttosto che quello pittorico, protendendosi a definire con cura le stesse forme e i concetti fin qui dipinti, rarefacendo ancor più i dati cromatici. Sono meta-pitture, o se vogliamo para-sculture, che avverano oggettivamente idee ortografiche dell’artista il quale –mette conto ricordare- ha dimostrato nel lontano trascorso figurativo di essere un disegnatore eccellente. Del resto, Terlizzi non è l’artista più idoneo per tentare una semplificazione teorica dei bordi categorici o degli intrecci confinari delle varie categorie espressive. Non è dalla riuscita più o meno convincente di un simile tentativo da cui potremmo far scaturire la corretta valutazione critica della sua valenza poetica.
Dopo simili osservazioni sulla morfologia delle opere, sembrerebbe che l’esatta interpretazione sia indirizzata ad attribuirvi gli esiti del pensiero materialista, direi fisico, lucidamente intellettualistico, di un artista che manovra abilmente materia e forma, valendosi di alte capacità decorative, anche con calore e passione, finalizzate a valorizzare le proprie capacità di elaborazione dei mezzi. Simile giudizio sarebbe limitativo e superficiale, definendo che la sua elaborazione riguardi sostanzialmente il gusto estetico, sfruttando la capacità di inventare diversi equilibri, nuove versioni formali, senza porsi problematiche in dialettica con la realtà esistenziale da cui trarre poesia. Rilevo questa limitazione nei commenti, anche autorevoli, di alcuni osservatori che si sono applicati esclusivamente a commentare l’aspetto senz’altro appagante delle sue capacità elaborative. Benché la questione tecnica sia evidentemente rilevante, Ernesto esprime anche un subdolo dato fantastico, dico di apparenze trasparenti, presenze invisibili, ovvero un istinto di nascondimento dell’oggetto che un artista di fine intelligenza come Achille Pace aveva bene intuito nella presenza assenza dell’immagine nelle figurazioni di Terlizzi, dove si assiste alla rappresentazione mimetica che mentre più evidenzia la materia, tanto più nasconde l’essenza dell’oggetto (l’emozione dell’evento che si verifica sulla superficie nel suo divenire) e ispira la rappresentazione. Percepisco tutto questo –posso ammettere che risponde, forse, a una mia autosuggestione- come espressione della popolare sensibilità napoletana che nasconde la maschera tragica sotto quella della commedia, presentando di essere apparentemente lieti mentre l’animo brucia ferocemente. Cos’altro sono, altrimenti, le ruvidezze, i graffi, queste punte e profili taglienti, le ustioni e le abrasioni, la rude eleganza, presentati da una forma estetica ineccepibile?
L’osservazione approfondita delle stratificazioni emozionali con cui si realizza l’immagine nei dipinti di Terlizzi rivela abbastanza chiaramente come il telaio strutturale –insomma, la gabbia formale- che regge l’insieme sia concepita per
costituire un ordine che lo strato superficiale, invece, disordina e stravolge. Come direbbe un cinofilo: quando un cane ringhia mentre scodinzola, non sai se sia per giocare o per aggredire, o se aggredisce per gioco. Questo disfare il fatto, decostruire il costruito, ridere nel pianto, è tipico di un sentire ampiamente e storicamente rappresentativo di una cultura con due facce, come quella napoletana; vitalistica e mortifera, che considera l’accadimento solo mentre accade. Allo stesso modo l’opera di Ernesto si afferma mentre è in azione, quando appare lo strato superficiale. Questo consiste quando è sostenuto dagli strati sottostanti. So bene quanto possa essere discutibile l’interpretazione tanto soggettiva di queste immagini-oggetto, ma almeno è una lettura ravvicinata, senza sconti sentimentali e illazioni, soprattutto aderente alle immagini, poiché ricavata dalla loro consistenza materiale.
Pitture/sculture di Ernesto Terlizzi -se così vogliamo definirle con bassa approssimazione- sono il prodotto di un calcolo, un’idea formale ristretta all’essenza, pensate e curate finemente nel minimo dettaglio, soppesando l’impatto materico, lo spessore degli aggetti, l’intensità del colore che ha varianti millimetriche sfruttando in gran parte il tono naturale dei materiali impiegati. Eppure, l’immagine si presenta con una spontaneità intensa come provenendo da un’intuizione repentina prontamente eseguita. C’è movimento, in queste immagini che lontanamente ricordano anche certi aspetti del Secondo Futurismo con le sue forme di astrazione dinamica. Quanto più attrae nelle ultime pitture-oggetto è una sorta di elegante poverismo che utilizza legni come facevano i contadini per ricavarne strumenti agricoli levigati dall’uso e dal sudore delle mani, attribuendo funzioni e forme di una seconda natura, un’anima nuova, diventando quasi oggetti rituali, fatti santi dall’uso, reliquie del rapporto tra l’uomo e la materia. Anche un ciottolo, una selce, una pietra abrasa, sono immessi nell’ordine spaziale dell’immagine, fulcro concettuale che salda una prospettica puramente idealistica con il dato reale, grezzo e solenne, un oggetto/segno, un’ostensione, il punto focale al quale converge il pensiero dell’artista in cerca di verità.

In catalogo pure una intervista all’autore di Marcella Ferro e un folto apparato illustrativo e biografico dell’artista.

Ernesto Terlizzi nasce ad Angri (Sa), il 22 novembre 1949, dove tuttora vive e lavora. Dal 1965 è presente nel panorama artistico nazionale ed internazionale. Oltre alle numerose mostre personali, di cui si citano le più significative: 1979 Firenze Galleria Inquadrature; 1980 Napoli Galleria San Carlo; 1981 Bergamo Galleria Fumagalli; 1984 Venezia Mestre Galleria Plus Art; 1990 Macerata Pinacoteca e Musei Comunali; 2006 Convento dei Frati FRAC di Baronissi; 2012 Galleria Consorti Roma; 2012 Galleria del Carbone, Ferrara, è stato invitato a numerose esposizioni di gruppo, premi e collettive tra cui si citano: varie edizioni del Premio Michetti di Francavilla al Mare Chieti: 1978 XXXII; 1982 XXXV, 1983 XXXVI; al Premio Termoli 1991 Esaedro; al Premio Sulmona: 2006 XXXIII e nel 2009 XXXVI. 1991 The modernity of lyrism, Gummesons Koust Gallery di Stoccolma - Joensuus Art Museum, Helsinki, Finlandia; 2011 lo Stato dell’Arte Campania Padiglione Italia 54ª Biennale di Venezia. Sue opere sono inserite in numerose collezioni pubbliche permanenti tra cui: Museo d’Arte Moderna, Durazzo Albania; Museo d’Arte Contemporanea, Ripe San Ginesio, Macerata; Consolato Venezuelano di Napoli; Pinacoteca e Musei Comunali, Macerata; FRAC Prima collezione permanente, Baronissi, Salerno; Pinacoteca Comunale, Termoli; Museo delle generazioni italiane del 900, Pieve di Cento, Bologna; Museo d’Arte Contemporanea, Gazoldo degli Ippoliti, Mantova; MUMI Fondazione Michetti, Francavilla al Mare (Ch), CAM Casoria Contemporary Art Mueum Napoli.


Inaugurazione domenica  6 maggio 2012, ore 18:00;
aperto sabato, domenica e festivi dalle 15:00 alle 18:00
via Marconi,126 - Gazoldo degli Ippoliti Mantova - Tel. 0376 659315
www.comune.gazoldo.mn.it - segreteria@comune.gazoldo.mn.it

Parole Chiave: news, ernesto terlizzi, angri, mam, gazoldo degli ippoliti, arte, eventi

Pubblicato il 29 Aprile 2012 da La Redazione


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